Insegnare religione nella scuola del XXI secolo
La scuola italiana sta vivendo un
momento intenso di trasformazione, con cambiamenti anche profondi per rispondere
con intelligenza alle domande di formazione e di educazione dei ragazzi e degli
adolescenti, maschi e femmine. Non è un compito facile, vista la condizione di
frantumazione culturale che domina lo scenario di questo inizio di millennio.
Il rischio della progressiva emarginazione – sempre in agguato – può trasformare
ragazzi e ragazze in crescita in cittadini poco coscienti delle loro
opportunità, responsabilità e compiti, soggetti alle conseguenti derive
manipolatorie invece che liberi e autonomi. Se si continuerà a disporre soltanto
della logica monoculturale, il dialogo fra le culture rischierà di diventare
un’utopia, poiché ogni persona avrà elevate probabilità di rimanere chiusa nella
sua prospettiva e di essere fraintesa dagli altri.
La scuola non può essere se non un luogo nel quale gli allievi crescono,
imparano a conoscersi, a conoscere il mondo e a dialogare con gli altri,
preparandosi ad una vita attraverso la quale edificare una società sempre più a
misura di persona, di ogni uomo e di ogni donna. Tutto ciò significa che non
possono essere eluse le domande di significato (e quindi le sintesi di senso)
con le quali chi cresce deve fare i conti. Non perché sia compito della scuola
scegliere al posto dei propri allievi, bensì per mettere ciascuno di loro in
grado di scegliere coscienziosamente. Da qui la necessità – in un contesto
culturale e sociale frammentato e (a volte) frantumato – di indicare sentieri e
percorsi capaci di condurre verso un senso, attraverso una personale e libera
elaborazione culturale.
Ogni persona – in modo diverso a seconda dell’età, del carattere, della cultura,
del retroterra familiare – si qualifica in quanto individua nella propria
esistenza una domanda profonda di significato e di valore, e trova quella
risposta che indica sintesi capaci di motivare criticamente alla vita, secondo
logiche di responsabilità e di dialogo/confronto con gli altri. Se questo è
l’impegno che ciascuno assume con se stesso, in modo libero e cosciente, la
scuola non può che affiancare ogni ragazzo e ogni ragazza, aiutandoli a capire
il mondo e a capire se stessi, proponendo iter formativi giocati sempre nel
quadro delle sue finalità, pena il tradimento della sua propria mission nel
nostro tempo in Occidente.
Ogni allievo deve conoscere le proprie radici, facendole diventare memoria viva
per la propria vita, giungendo – attraverso i momenti dell’analisi – a una
sintesi personale, libera e responsabile, capace di proiettarsi verso il futuro.
La domanda di sintesi trova ascolto anzitutto nel cristianesimo, che è la
sintesi tra umano e divino, corpo e anima, naturale e soprannaturale. Conoscere
le proprie radici significa conoscere anche le religioni, che hanno plasmato la
civiltà occidentale, insieme al cristianesimo, che ne è stata una delle anime
più profonde e significative.
La scuola italiana deve valorizzare questi percorsi secondo le proprie finalità
– senza dimenticare il tempo storico che ci è dato di vivere – e deve far
diventare questa istanza culturale e formativa un diritto di cittadinanza per
consentire a ogni persona di realizzarsi qui e ora, nella società occidentale
italiana, con occhio attento alle più ampie dimensioni europea e globale.
Secondo questa prospettiva, è urgente soddisfare il bisogno di una pedagogia
della reciprocità per affrontare la densa rete di confronti e contatti culturali
oggi esistenti.
Tutto ciò significa che in Italia, dopo la stabilizzazione degli Insegnanti di
religione cattolica (cui l’Anir ha contribuito insieme alle altre forze che si
sono mobilitate per sensibilizzare opinione pubblica e politici), è necessario
fare in modo che anche coloro che non si avvalgono dell’ora di religione
cattolica possano accedere alle conoscenze indispensabili per capirsi e per
capire la società e le culture del nostro tempo. La dimensione religiosa della
persona, la pluralità delle tradizioni religiose di appartenenza degli studenti,
il bisogno di un’educazione interculturale sono questioni che riguardano la
scuola in quanto tale, come istituzione educativa e culturale. Abolire la scelta
diseducativa del vuoto dovrebbe essere un impegno prioritario del suo
rinnovamento, in quanto comunità che educa insegnando: ciò che non educa,
diseduca, tertium non datur. Non ha senso che la scuola proponga il nulla, il
vuoto formativo per chi non si avvale dell’ora di religione cattolica. Si tratta
invece di offrire alle ragazze e ai ragazzi percorsi che li aiutino a capirsi e
a capire il mondo vasto e plurale nel quale vivono. Intorno a queste prospettive
l’Anir si propone si istituire un gruppo di lavoro per approfondire le
prospettive possibili e formulare una propria proposta.
Per quanto riguarda in particolare l’ora di religione cattolica richiamiamo
fortemente l’esigenza, per una disciplina che opera “nel quadro delle finalità
della scuola” (Concordato, art. 9.2), di provvederla – con gli opportuni
interventi normativi che superino la L. 824/1930 – di una valutazione in linea
con queste finalità della scuola e che la collochi sullo stesso piano delle
altre discipline curricolari.
Sono questi gli auspici che – dopo venticinque anni di lavoro nella scuola –
rivolgiamo al mondo scolastico, all’opinione pubblica, in modo particolare agli
intellettuali e ai politici, augurandoci che si giunga presto a definire le
questioni che abbiamo indicato, per realizzare quei diritti di cittadinanza che
stanno tra i fondamenti di una scuola capace di rispondere alle sfide del XXI
secolo. Alla Chiesa chiediamo, secondo le prospettive della missionarietà e
della laicità cristiane, di contribuire all’edificazione di una nazione sempre
migliore, secondo la logica della collaborazione con lo Stato italiano indicata
dal Concordato. Agli Insegnanti di religione chiediamo di essere portatori di
passione educativa attraverso la cultura e l’attenzione agli allievi in
crescita, i cittadini di domani.
Milano, 6 ottobre 2007, a 25 anni dalla fondazione dell’Anir.
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